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Cucinare. L’arte di regalare emozioni che riempiono l’anima

Cucinare. L’arte di regalare emozioni che riempiono l’anima

“Gustare un piatto fatto come Dio comanda è uno dei piaceri solitari più raffinati che l’omo possa godere, da non spartirsi con nessuno, manco con la pirsona alla quale vuoi più bene”.

Andrea Camilleri, “Gli arancini di Montalbano” (1999)

Uno chef famoso disse una volta che cucinare è un atto d’amore. Ma in realtà no, non solo. Cucinare è qualcosa di  più profondo. Pensare ai gusti dei commensali, agli ingredienti da usare, a come abbinarli. Poi cuocere tutto e sentire la cucina riempirsi di profumi e di rumori stuzzicanti e invitanti come il crepitio godurioso del fritto che si dora in padella. E man mano, immaginare il piatto finito fino al momento in cui verrà gustato e, si spera, apprezzato. Perché non è tanto l’atto del cucinare in sé, ma la volontà di creare qualcosa che possa compiacere, appagare, far godere l’altro, a rendere tutto così speciale. In poche parole, dire: «Questo l’ho fatto per te», regalando così un pezzo di noi che sia fonte di piacere, e da questo a nostra volta, trarre compiacimento, felicità.  

 

Gli Arancini di Montalbano, Andrea Camilleri, arancini, Adelina, Luca Zingaretti

“Gli arancini di Montalbano” , il cast della serie TV (fonte web).

 

“Gesù, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasùto nel Dna, nel patrimonio genetico”.

Andrea Camilleri, “Gli arancini di Montalbano” (1999)

 

Come il commissario Salvo Montalbano, per cui gli arancini preparati dalla signora Adelina sono un ricordo penetrato addirittura nel DNA, qualcosa di viscerale che sembra portarlo in estasi. D’altro canto ciò non stupisce perché il commissario ha un legame importante con il cibo, quasi una relazione amorosa. Per lui cibarsi non è solo un’esigenza fisiologica ma un vero momento di dolce, soddisfacente e carnale intimità dove il cibo diventa un’amante da coccolare, e il nutrirsi un atto privato da cui trarre piacere. Non a caso odia essere distratto da qualcuno che gli parla mentre si gode le sue pietanze-amanti.

 

 

Filippo Tommaso Marinetti, Futurismo, Cucina Futurista, La Cucina ItalianaFilippo Tommaso Marinetti (fonte web)

“Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica imensificante che le immagini hanno nella lettetura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa […]”.

“Cucina Futurista”, Filippo Tommaso Marinetti (1930)

 

Approcciarsi alla cucina è soprattutto un’arte e ,come tutte le arti, lo scopo è quello di comunicare pensieri, emozioni, sentimenti. Così cucinare diventa estro, fantasia, sperimentazione e innovazione, anche attraverso la letteratura. E’ infatti lo stesso Filippo Tommaso Marinetti che, in linea con i principi di rottura dalla tradizione del Futurismo di cui egli è fervente portavoce, si lancia nell’animata esaltazione di piatti nuovi, moderni, per certi versi strani, inusuali. Vivande futuriste appunto, che “preparano il giocondo e virile stato d’animo indispensabile per il pomeriggio e per la notte“. Scagliandosi contro la tradizione della pastasciutta, tanto radicata nella cultura gastronomica italiana.

 

La Cucina Italiana, Il primo numero del 15 dicembre 1929

Il primo numero del 15 dicembre 1929 della rivista “La Cucina Italiana” (fonte sito LCI)

 

Letteratura e cucina insieme, come unico strumento per portare avanti un’ideologia. Cucina che diventa finestra aperta sul mondo e le sue innovazioni. Non è un caso infatti che, quella sera di dicembre del 1929, lo stesso Marinetti facesse parte del «Comitato di Degustazione» (composto da illustri intellettuali) riunitosi a cena in casa della signora Delia Pavoni Notari per valutare i piatti proposti, tutti rigorosamente Italiani. Scopo della serata non è quello di stabilire una classifica culinaria ma di fondare una rivista: La Cucina Italiana. Intellettuali e cucina quindi, come in un circolo letterario in cui invece di analizzare componimenti scritti si discutono pietanze. Come prova del potere artistico di quella magia che è la composizione di un piatto.

 

cuoco che cucina, pentola, fumo, cottura

 

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che sta nel trasmettere quest’arte agli altri. Quando un cuoco che, come un sapiente artigiano, infonde conoscenza e amore per la sua arte eseguendo con pazienza gesti precisi ma sciolti, colmi di tecnica ma sinuosi, attraenti e magnetici. Tecnica, gusto e spirito si fondono insieme e d’un tratto il movimento della mano che impugna un coltello per affettare assomiglia alla bacchetta di un violino che si muove perfetta, armoniosa e precisa sulle corde. La mantecatura di un risotto diventa la scossa impetuosa del Dio Nettuno che agita il mare in tempesta, dando vita a onde colorate. La composizione di un piatto, assemblare gli elementi, condire con le salse e rifinire con spezie ed aromi, diventano le pennellate di un pittore che completa la sua opera. Pura magia.

Perché alla fine, guidati da un maestro, comprendiamo che cucinare è toccare, accarezzare, sentire tra le mani il cibo che si trasforma. Cucinare è rispettare i tempi attendendo il momento giusto, è rigore e precisione. E’ passione, voglia di scoprire e comunicare con gli odori, le consistenze, i sapori. Cucinare è tecnica e studio, rigore e disciplina, ma soprattutto è gioco, scoperta, divertimento, crescita. Insegnare a cucinare non è sterile esaltazione dell’ego, ma l’impegno di darsi e lasciare un pezzetto della propria conoscenza all’altro e forse anche un pezzetto di se stessi, della propria essenza.

Cucinare è più di un atto d’amore.

 

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