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Tutti aspettiamo Godot: l’assurda condizione dell’attesa.

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Allestimento per “Aspettando Godot”

 

” Estragon. Let’s go. 

 Vladimir. We can’t. 

 Estragon. Why not?

 Vladimir. We are waiting for Godot.

 Estragon. (despairingly). Ah! (Pause.) You’re sure it was here?

 Vladimir. What?

Estragon. That we were to wait. “

 

”  Estragon. Andiamo.

  Vladimir. Non possiamo.

  Estragon. Perché no?

 Vladimir. Aspettiamo Godot.

 Estragon. (disperatamente). Ah! (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

 Vladimir. Cosa?

 Estragon. Che dobbiamo aspettare. “

                                    (Samuel Beckett, “Waiting for Godot”, 1948/49. Atto I, scena II)

 

E’ il 1953. “Aspettando Godot” di Samuel Beckett va in scena per la prima volta. La pièce è ambientata in una strada di campagna, sullo sfondo c’è solo un albero spoglio. Qui due vagabondi in trombetta, Estragon e Vladimir, aspettano il misterioso Godot.

Non si sa per certo cosa, o meglio chi, sia esattamente questo Godot che i due straccioni stanno aspettando. Alcuni hanno ipotizzato che si tratti di Dio (in base alla radice del nome God, ovvero Dio in inglese), anche se in realtà il punto focale non è tanto l’oggetto dell’attesa ma proprio la condizione dell’attendere. 

Estragon. He should be here.

 Vladimir. He didn’t say for sure he’d come.

 Estragon. And if he doesn’t come?

 Vladimir. We’ll come back tomorrow.

 Estragon. And then the day after tomorrow. 

 Vladimir. Possibly.

 Estragon. And so on.

 Vladimir. The point is…

 Estragon. Until he comes.”

 

” Estragon. Dovrebbe già essere qui. 

 Vladimir. Non ha detto che verrà di sicuro.

 Estragon. E se non viene? 

 Vladimir. Torneremo domani.

 Estragon. E poi dopodomani.

 Vladimir. Forse. 

 Estragon. E così via.

 Vladimir. Il punto è… 

 Estragon. Finché non arriva. “

 

Vladimir ed Estragon attendono, non fanno altro. Non sanno quando e se Godot arriverà, ma loro lo aspettano lì, imperterriti, in quella strada di campagna, giorno dopo giorno, “finché non arriva”. Il perché della loro attesa è un mistero…

Riflettendoci, che senso ha aspettare senza nemmeno sapere se qualcuno alla fine arriverà? Sembra un’idiozia, un ragionamento privo di logica, puro delirio. Attendere e non sapere cosa aspettarsi, attendere nonostante la noia, la stanchezza, la frustrazione, non fare altro che attendere. Solo un folle sarebbe disposto a compiere un’azione del genere. O forse no. 

 

Vladimir. That passed the time. 

  Estragon. It would have passed in any case.

 Vladimir. Yes, but not so rapidly. 

 Estragon. What do we do now?

 Vladimir. I don’t know. 

 Estragon. Let’s go. 

 Vladimir. We can’t.

 Estragon. Why not?

 Vladimir. We are waiting for Godot. “

 

” Vladimir. Ha fatto passare il tempo.

 Estragon. Sarebbe passato lo stesso. 

 Vladimir. Si, ma non così rapidamente. 

 Estragon. E adesso che facciamo?

 Vladimir. Non lo so. 

 Estragon. Andiamocene.

 Vladimir. Non possiamo.

 Estragon. Perché no?

 Vladimir. Aspettiamo Godot. “

 

In fin dei conti la condizione di Vladimir ed Estragon non è poi così surreale. Non capita di rado di trovarsi ad attendere qualcuno, qualcosa. A volte si è costretti ad aspettare perché non si hanno alternative, altre volte lo si fa semplicemente perché è la scelta più giusta. Ed una volta compreso che vale la pena di resistere e affrontare lo sforzo che l’attesa comporta, non resta che sperare. Aspettare diventa quindi come lasciare un lume acceso nel buio del bosco, così che, chi vuole, possa trovare la via per tornare da noi.

 

” Estragon. Wait! I sometimes wonder if we wouldn’t have been better off alone, each one for himself. We weren’t made for the same road.

 Vladimir. It’s not certain. 

 Estragon. No, nothing is certain. 

 Vladimir. We can still part, if you think it would be better. 

 Estragon. It’s not worthwhile now. 

 Vladimir. No, it’s not worthwhile now. 

 Estragon. Well, shall we go? 

 Vladimir. Yes, let’s go. “

    They do not move. 

          Curtain.

 

” Estragon. Aspetta! A volte mi domando se non sarebbe stato meglio restare soli, ciascuno per conto suo. Non eravamo fatti per seguire la stessa strada. 

 Vladimir. Non è sicuro.

 Estragon. No, non c’è niente di sicuro. 

 Vladimir. Possiamo sempre lasciarci, se credi sia meglio. 

 Estragon. Ormai non vale più la pena. 

 Vladimir. E’ vero, ormai non vale più la pena. 

 Estragon. Allora, andiamo? 

 Vladimir. Si, andiamo. “

      Non si muovono.

            Sipario.

 

Può sembrare una scelta priva di senso, una scelta come tante altre, quasi banale, ma non lo è. Attendere è difficilissimo, lo si fa perché non ci sono alternative non perché sia la soluzione più semplice. Bisogna avere la forza di lasciare andare quando invece si vorrebbe solo gridare ciò che si sente. Aspettare significa dare spazio, concedere tempo rischiando di perdersi per sempre. È rinuncia, privazione, è mettersi da parte sperando di non essere dimenticati. Aspettare è concedere libertà, è la più grande prova d’amore. 

Quindi forse Vladimir ed Estragon non sono poi così folli. Improvvisamente li sentiamo vicini, quasi familiari. Si, perché ognuno di noi ha il suo Godot, ognuno di noi sta aspettando qualcosa, qualcuno. Ognuno di noi sta, in un modo o nell’altro, smarrito in quella desolata strada di campagna a domandarsi quando Godot arriverà. In compagnia di quella lucida follia che ci porta a scegliere di aspettare…ancora un pò… 

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