fbpx

Paolo Borsellino: ventisei anni dopo la strage di Via d’Amelio.

Paolo Borsellino attentati mafia luglio 1992 . Paolo Borsellino Giovanni Falcone Peppino Impastato Piersanti Mattarella Carlo Alberto Dalla Chiesa Boris Giuliano Rosario LivatinoPalermo, 19 luglio 1992. E’ una calda domenica siciliana, la città è deserta e tutto sembra tranquillo. Alle 16:58 la 126 con a bordo il giudice Paolo Borsellino si ferma in Via Mariano d’Amelio. Borsellino suona il citofono di casa della madre. All’improvviso un boato e poi le fiamme infernali. La scena è apocalittica: il fumo nero e denso, i brandelli  dei corpi martoriati dei ragazzi della scorta sparsi dappertutto, le sirene dei sistemi d’allarme che suonano impazzite. Paolo Borsellino giace in terra carbonizzato, con il braccio destro mozzato.

Questo scempio passerà alla storia con il nome di strage di via d’Amelio, ed è solo uno dei tanti crimini di stampo mafioso che hanno insanguinato la Sicilia.

Sono passati ventisei anni da quel giorno.

La morte di Paolo Borsellino avvenne due mesi dopo l’uccisione, allo svincolo autostradale di Capaci, dell’amico e collega Giovanni Falcone, che con lui aveva istruito il maxi processo contro “Cosa Nostra”.

Agli occhi di una bambina che all’epoca dei fatti aveva solo cinque anni, tutta quella rabbia omicida, quel susseguirsi di esplosioni che si abbattevano violente contro “i buoni”, facevano paura…troppa paura.

Ricordo ancora le immagini che venivano trasmesse dai telegiornali, ricordo che non capivo il perché di tanto odio, ricordo di essermi resa conto di quanto pericoloso fosse sostenere il peso della verità. Ricordo anche che poco tempo dopo la strage di Capaci, mi ritrovai a percorrere il tratto autostradale in cui avvenne la deflagrazione. Lo sventramento che si era creato tutt’intorno era ancora visibile. Uno scenario carico di amarezza che ancora oggi mi risulta difficile descrivere. In quel momento ho capito da quale parte stare, ho compreso la vera differenza tra bene e male e quanto importante fosse non dimenticare.

Tutt’oggi una delle immagini più diffuse della Sicilia è, purtroppo, quella di un territorio in cui è profondamente radicata la cultura mafiosa. E sebbene l’esempio di Paolo Borsellino e di tutti i caduti per mano mafiosa sia servito a farci aprire gli occhi, tanto deve ancora essere fatto.

Il sacrificio di Paolo, Giovanni, Peppino, Carlo Alberto, Piersanti e tutti gli altri è infatti vano se non si cambia mentalità. Perché è inutile organizzare manifestazioni durante le quali si inneggia alla legalità gridando che la mafia è una montagna di merda se poi non si agisce in modo corretto. Non basta condividere foto di Falcone e Borsellino quando poi andiamo a cercare chi può darci una bella “spintarella”. Non ha alcun senso scrivere frasi che esaltano il ricordo delle vittime della mafia se poi vendiamo i nostri voti al miglior offerente.

Lo sforzo va compiuto nel nostro piccolo, nella vita di tutti i giorni. Bisogna avere il coraggio di rinunciare alla tentazione di accettare il compromesso per ottenere le cose con facilità, senza sforzi.

Si deve abbandonare quella presunzione secondo cui tutto c’è dovuto…quella convinzione che ci fa credere di avere il diritto di scavalcare gli altri ricorrendo a “vie traverse”. Solo così potremo veramente onorare il ricordo di chi, come Paolo Borsellino, ha dato la vita per liberarci dal cancro mafioso.

Voglio concludere lasciando la parola a Paolo Borsellino, intervistato da Lamberto Sposini a pochi giorni dalla morte di Falcone. Il giudice appare provato dai recenti avvenimenti ma allo stesso tempo è sereno, conscio di voler andare avanti nel suo lavoro. Ciò che colpisce è la pacata accettazione del suo destino, la lucida consapevolezza di trovarsi a percorrere la strada che inevitabilmente lo condurrà al suo patibolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto
Shares